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Articoli · Il diritto spiegato

Quando un dipendente pubblico paga di tasca propria? Il danno erariale dopo la legge 1/2026

6 ottobre 2026 · 6 minuti di lettura

Dal 22 gennaio 2026 la colpa grave ha una definizione scritta nella legge e la condanna ha un tetto: il minore fra il 30% del danno e il doppio della retribuzione annua. Due numeri nuovi che nei quesiti si invertono facilmente.

Un funzionario comunale firma un affidamento. Due anni dopo la procura della Corte dei conti contesta quella spesa: l'ente ha perso 400.000 euro. Il funzionario deve rimetterceli di tasca propria? E se sì, tutti e quattrocentomila?

È la domanda più concreta che si possa fare sulla responsabilità amministrativa, ed è anche una delle più frequenti nei quesiti di diritto amministrativo. Dal 2026 la risposta è cambiata. La legge 7 gennaio 2026, n. 1, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 4 del 7 gennaio 2026 ed entrata in vigore il 22 gennaio 2026, ha riscritto la legge 14 gennaio 1994, n. 20. Chi studia su un manuale stampato prima di quella data ha in testa due regole che oggi non valgono più.

Che cos'è il danno erariale

Il danno erariale è il pregiudizio economico che una persona legata alla pubblica amministrazione da un rapporto di servizio provoca alle casse pubbliche. Cioè: chi lavora per l'amministrazione, o chi maneggia denaro pubblico anche senza esserne dipendente, fa perdere soldi all'ente.

La disciplina serve a un fine evidente. Il denaro pubblico non appartiene a chi lo amministra, e chi lo spreca deve risponderne. Esiste però un secondo interesse, di segno opposto: un funzionario spaventato dalla responsabilità smette di decidere. È quella che i giornali chiamano «paura della firma». La riforma del 2026 nasce proprio da qui.

Gli elementi del danno erariale sono quattro, e servono tutti insieme.

A giudicare è la Corte dei conti; l'azione la promuove il procuratore regionale contabile, non il danneggiato.

Dolo o colpa grave: la regola che non è cambiata

L'art. 1, comma 1, della l. n. 20/1994 limita la responsabilità ai fatti commessi con dolo o colpa grave. La colpa lieve resta fuori: il danno c'è, ma lo sopporta l'amministrazione.

Un esempio chiarisce il confine. Il funzionario che sbaglia un calcolo dentro una tabella complessa, dopo aver seguito la procedura, commette una colpa lieve. Il funzionario che liquida una fattura senza controllare se la prestazione sia stata eseguita, perché «si è sempre fatto così», va oltre.

La novità: la colpa grave ora sta scritta nella legge

Fino al 2026 la colpa grave non aveva una definizione legislativa. La ricavava il giudice contabile, caso per caso, dalla giurisprudenza. Il risultato è facile da immaginare: nessuno sapeva in anticipo da che parte stesse il confine.

La legge n. 1/2026 la tipizza, cioè la chiude dentro una formula scritta. La colpa grave ricorre quando il funzionario:

Riformulato in una riga: non basta l'errore, serve l'errore grossolano. Chi sbaglia su una norma oscura o controversa non risponde; chi ignora una regola chiara sì.

Le tre vie d'uscita

La legge indica anche tre casi in cui la colpa grave è esclusa in partenza.

L'idea è ragionevole: se l'ordinamento ha già detto al funzionario come comportarsi, non può poi condannarlo per averlo fatto. Il dirigente che aggiudica una gara seguendo un parere dell'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) non risponde per colpa grave, anche se la soluzione si rivela sbagliata. Risponde, invece, il dirigente che quel parere lo ha chiesto e poi ignorato.

Chi paga, e quanto Colpa lieve Non si risponde. Il danno resta all'ente. Colpa grave Dal 2026 la definisce la legge: errore grossolano, non semplice errore. Quanto si paga Il minore fra il 30% del danno e il doppio della retribuzione annua. Dolo Si risponde per intero. Nessun tetto. Esempio. Danno 400.000 euro, retribuzione lorda 45.000: il 30% fa 120.000, il doppio della retribuzione fa 90.000. Con colpa grave si pagano 90.000 euro.
Il grado della colpa decide se si paga; la legge del 2026 decide quanto. Il tetto vale solo fuori dal dolo.

Il tetto: quanto si paga davvero

È la seconda novità, e per chi prepara un concorso è la più facile da ricordare e la più facile da sbagliare. Fuori dal dolo, la condanna a carico della singola persona non può superare due limiti:

I due limiti non si sommano e non si scelgono: valgono entrambi, quindi conta il più basso.

Torniamo al funzionario della prima riga. Il danno accertato è di 400.000 euro, la sua retribuzione lorda annua è di 45.000 euro. Il 30% del danno fa 120.000 euro; il doppio della retribuzione fa 90.000 euro. Il tetto è 90.000 euro, e il resto resta a carico dell'ente.

Perché lo Stato rinuncia a una parte del credito. La scelta è dichiarata: meno esposizione personale a valle, controlli più stringenti a monte. La stessa legge rafforza il controllo preventivo sugli affidamenti e introduce una funzione consultiva della Corte dei conti sulle questioni di maggiore importo legate al PNRR, con pareri resi in trenta giorni. Chi si conforma al parere è al riparo dalla colpa grave.

Con il dolo il tetto non c'è. Chi provoca il danno di proposito risponde per intero.

La prescrizione: cinque anni, ma da quando

Su questo punto la regola è rimasta quella di sempre, e proprio per questo cade spesso nei quesiti. L'art. 1, comma 2, della l. n. 20/1994 fissa cinque anni, che decorrono dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso. Non dalla scoperta. La scoperta conta solo in un caso: l'occultamento doloso del danno, cioè quando qualcuno ha nascosto apposta il buco.

L'assicurazione diventa obbligatoria

La riforma affianca al tetto un obbligo nuovo: chi assume incarichi che comportano la gestione di risorse pubbliche deve coprirsi con una polizza per la colpa grave. L'assicuratore partecipa al giudizio contabile ed è vincolato all'accertamento della Corte. Per il candidato è un dettaglio; per gli enti è il cambiamento organizzativo più pesante dell'intera legge.

Le quattro trappole ricorrenti nei quesiti

Prima: la colpa lieve. «Il dipendente risponde di ogni danno causato all'ente»: falso. Servono dolo o colpa grave.

Seconda: il tetto e il dolo. Il limite del 30% opera fuori dal dolo. Un quesito che applica il tetto a una condotta dolosa sta chiedendo di sbagliare.

Terza: i due limiti. Non si sommano, non sono alternativi a scelta del giudice. Vale il più basso dei due.

Quarta: la prescrizione. Cinque anni dal fatto. Chi risponde «dalla scoperta» applica l'eccezione al posto della regola.

Come si fissa questa materia

Detta tutta insieme, è materia che scivola via: due gradi di colpa, tre esimenti, due limiti numerici, un termine e un'eccezione. Sono i numeri a fare danno, perché si assomigliano.

Il modo per non perderla è dare a ogni pezzo la stessa forma: il testo di quello che dice la norma, la ragione per cui esiste, i collegamenti con gli istituti vicini, i termini chiave. Quando l'art. 1 della l. n. 20/1994 sta in una scheda e la riforma del 2026 sta nella riga «aggiornato al», il 30% smette di essere un numero da ricordare e diventa la conseguenza di una scelta che si capisce.

Nel Manuale Normativo di Diritto Amministrativo la responsabilità amministrativa è trattata così, con la data di aggiornamento normativo dichiarata in apertura. Se il danno erariale è il punto in cui vi fermate sempre, conviene ripartire da lì.

Fonti